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Tesi di Emma Targa con Progetto Aisha
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Dicono che per vivere un rapporto violento, per essere vittime di violenza domestica, in qualche maniera, tu debba averla vissuta, accettata, subita durante l’infanzia.

Non so se sia vero. Spererei di no. Anzi, potrei dire che per me non è così, però… La verità, del resto, non la conosce nessuno, no? Posso solo dire la mia, come tutti. E penso, in realtà, che ci possa ben essere una possibilità di riscatto. Penso che, se provieni da una situazione difficile, non sta scritto da nessuna parte che tu debba per forza morirci, in quella situazione difficile. No, non ci credo e non ci voglio credere e, in più, sono testimone vivente del contrario. Già, ognuno può dire la sua, come tutti. E allora, ecco la mia. Sono stata vittima e carceriere. Ho visto tutti e due i lati della medaglia e mi sono ritrovata, non ho ancora ben capito per quale bizzarro disegno divino, a far parte del progetto Aisha, ma non come donna bisognosa, anzi, come volontaria. E, ascoltando storie di donne che ne hanno viste di tutti i colori, leggendo i loro nomi, le loro “statistiche” che così crudelmente riportiamo, a volte, su documenti, denunce, presentazioni PPT, mi sono resa conto di una cosa: siamo tutte Aisha, chi più chi meno. E ho pensato che non c’è bisogno necessariamente di lividi, di urla, di segregazione, di maltrattamenti, per essere donne del progetto Aisha. Mio padre, campano emigrato al nord, ci picchiava con la cinghia; mia mamma, anche lei campana emigrata al nord, ci frustava con intestino di bue intrecciato dalle sue amorevoli mani e messo a seccare sotto i caldi raggi del sole del mare che tanto amo. Col tempo, io e i miei fratelli imparammo a farci del male alla stessa maniera. Su questo sono d’accordo: se non vedi altro, impari da quello che vedi. Male contro male. Non c’è niente da fare. Purtroppo è così. Per quanto il tuo cuore voglia dare e ricevere amore, c’è qualcosa, a volte, dentro di te, che ti fa solo fare del male. E solo Dio sa perché così dev’essere. Io, forse, penso di averlo capito. Se Dio non mi avesse dato la possibilità di soffrire, ora non potrei aiutare chi mi chiama o mi cerca per parlare, stare meglio, risolvere problemi di qualsiasi natura. L’empatia, come ce l’hanno certe donne e uomini collaboratori del Progetto Aisha, non penso l’abbiano in molti. E, tra un dito rotto perché mamma mi prendeva a mazzate con la scopa e le umiliazioni subite da mio padre che ci denigrava davanti a tutti, ho fatto la mia vita, barcamenandomi alla meglio con una bella carriera sia a scuola che al lavoro. Erano le due sole realtà, suppongo, dove potessi fare la differenza, da sola. Poi mi sono sposata. Per amore? Penso di si. Non mi ha mai picchiata, no. Era una persona mite, buona e gentile anche se un po’ cocciuto. Il tipico milanese di buona famiglia, educato e a modo. Ossequioso e gentile quasi fino allo sfinimento, a volte. E poi, invece, sono arrivate le parole che fanno male. Non c’è bisogno, sai, di frustare con l’intestino di bue per ucciderti dentro. Quando ti chiama in quei modi orribili, volgari, zozzi solo perché non fai da mangiare a lui prima di vostra figlia. Quando ti dice le cose più orride e schifose solo perché gli fai notare che sei tu che stai mandando avanti la casa. Quando ti accoltella con sferzate d’odio che escono dalla sua bocca dicendo le cose più meschine e luride sulla tua famiglia tu che fai? Fai quello che sai fare: picchiare. Ma sei una cretina a pensare di poter avere un risultato contro un uomo che, se volesse, potrebbe schiantarti la testa contro un muro con un solo schiaffo. Ci fu perfino un momento tragicomico, nel mio dolore immenso. Ero così depressa, dopo il parto, che volevo uccidermi buttandomi giù dal sesto piano con mia figlia. Chiamai il Telefono Amico, alla ricerca di una ragione per vivere. In quei tempi non esistevano associazioni salvavita come Progetto Aisha con donne e uomini che ti seguono h24 e non c’era nemmeno internet. Beh, feci il numero e, alla risposta, iniziai a piangere dicendo il mio nome e chiedendo aiuto. Dall’altra parte un uomo rispose: “Capisco, però, scusami, al momento siamo occupati in un’emergenza, non è che potresti richiamare tra un’oretta?” Ora continuo a riderne, quando ci penso. Allora, invece, pensai che avevo due scelte: o mi buttavo giù dal sesto piano davvero o mi tiravo su. E allora mi arrabbiai con il Telefono Amico, con il mondo intero, con tutto e tutti e decisi che era ora di smetterla di stare “nel male” dentro e fuori di me. Che se non mi fossi aiutata io, nessuno, alla fine, l’avrebbe fatto. E così succede il miracolo: qualcosa, da dentro, ti dice che DEVI FARE LA DIFFERENZA, che DEVI SPEZZARE LA CATENA D’ODIO E TERRORE. E decidi che quella figlia che hai partorito, senza il consenso di tuo marito perché lui non la voleva, sarà diversa. Sarà buona, gentile, amorevole. Non conoscerà mai le botte, la violenza che hai conosciuto tu. Decidi che, tramite lei, manderai avanti amore e gioia e serenità. C’è una bellissima poesia di Gibran che dice che tu sei un arco e che i tuoi figli sono le frecce che lanci nel futuro. Ecco, io 22 anni fa decisi di non lanciare una freccia con la punta intrisa di veleno. Decisi che la mia freccia sarebbe stata una freccia d’amore. E più amore davo a lei, più lei me ne dava e più lei me ne dava più io mi rafforzavo ed ero felice, nonostante lui e la sue continue parole più sporche di un residuo di cloaca. Da stupida, pensavo che l’amore della figlia lo avrebbe migliorato; che avrebbe trovato una ragione per smettere d’essere cattivo con me, perché il mondo lo era stato con lui. Ma anche questo, sappilo, è un errore. Non puoi aiutare chi non vuole essere aiutato. Mai. Un giorno, dopo l’ennesima lite, mia figlia mi prese da parte e mi disse: “Mamma, per favore, possiamo divorziare da papà?” E così fu. E mai feci scelta migliore. Non sono felice, perché penso che la felicità non esista. Credo, però, nella contentezza e nella tranquillità d’animo. Sono riuscita a mandare mia figlia all’università e sono tranquilla anche se ho vissuto momenti bruttissimi, senza denaro e con la paura di non riuscire a darle quello che le serviva. Ho pianto lacrime solitarie per anni e ancora le piango, a volte. Ma siamo tranquille e serene; e questo è senza prezzo. Ed è anche senza prezzo il fatto che, ora, io possa scegliere con chi stare e se farmi trattare bene o male. Si, ora io posso. Posso perché so cosa valgo e cosa posso dare. Posso dare supporto e amore tramite il volontariato che pratico con due altre associazioni, oltre al Progetto Aisha, insegnando italiano ai rifugiati e aiutando i malati di HIV. Faccio volontariato perché voglio dare amore a chi non ne ha avuto per fargli capire che si può fare la differenza, che non sta scritto da nessuna parte che se nasci male, devi morire male; e non c’è bisogno, si, non c’è bisogno di avere status sociali, denaro o qualcosa di particolare per fare la differenza. MAI.

Noor

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