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Ho fatto un test. Aveva a che fare con l’intelligenza emotiva. Dal risultato si evinceva che riesco a percepire le emozioni delle persone dalle loro espressioni facciali in misura maggiore, rispetto alla norma. Bene, mi son detta, bella cosa. Allo stesso tempo, però, il risultato diceva che ho bisogno di stare ad ascoltare più attentamente, quando la gente mi parla, perché sto troppo concentrata sulle loro facce e mi perdo nei miei pensieri analizzandole. E vabbè, mi son detta. Mi allenerò, prima o poi. E invece, come al solito, il prima viene sempre prima del poi.

Meno male che siamo al telefono perché lo so che, ora, le guarderei gli occhi per capire se mi sta per dire la verità oppure no. Mi serve saperlo per poterla aiutare. Mi ha chiamato per una cosa totalmente diversa e, parlando parlando, siamo arrivate qua. Lei che mi racconta del suo dolore, della rabbia, della vendetta, dell’odio. E io che ascolto. Ho deciso che dovevo ascoltare di più, e così ho fatto. Però, servono anche le domande, per aiutare. Le ho chiesto quante volte è tornata indietro dal marito dal quale si è separata. Silenzio. Balbetta qualcosa che non capisco. Prendo la situazione in mano fiondandomi subito nell’arena, personalmente. Che sappia che non è da sola. Che sappia che pure io ci sono passata. Lo deve sapere, per fidarsi di me. “Senti, io ci sono passata. So cosa vuol dire e non ti giudicherò mai. Non potrei, del resto. Non avrebbe senso. So come ci si sente. Ascoltami solo un momento, se puoi. So che hai dentro tutta la rabbia del mondo, che ti senti abbandonata, delusa, non amata, di seconda mano e usata e buttata via. So che pensi che io non possa capire perché non sono dentro di te e ci sta benissimo, credimi. Però, te la posso fare una domanda? Solo una domanda alla quale, però, ti prego di NON RISPONDERE. La domanda è: se quest’uomo è l’infame, il cattivo e lo sfruttatore che tu dici, mi dici perché cavolo continui a tornare da lui? Scusami se te la metto giù così bruttamente, ma davvero, ti prego di non rispondere. Te lo chiedo affinché tu mi prometta di fare una cosa: quando metteremo giù questo telefono, tra poco, tu continuerai a farti questa domanda. Ti prego, dal fondo del mio cuore, sorella, fallo. Fatti questa domanda più che puoi. E il resto verrà da solo. Credimi.”

Non se l’aspettava. Mi ha promesso che lo farà. E lo so che lo farà. Lo so. Chiudo il cellulare e mi appoggio allo schienale morbido e accogliente del divano. Mi guardo intorno. Sono da sola. I raggi del sole di dicembre, che filtrano attraverso la finestra del soggiorno, mi accarezzano i piedi. Chiudo gli occhi, faccio un profondo sospiro, mi accovaccio sotto il plaid e “mi rispondo”. Donne, du, du, du… in cerca di guai. E’ vero. Andiamo in cerca di guai. E mettiamo a dura prova quell’equilibrio precario che è la nostra meravigliosa vita da donne, con questi guai che ci andiamo a cercare. Ma, spesso, è proprio una cosa che non possiamo impedire. E’ un percorso che dobbiamo fare. E ci buttiamo a capofitto, pur sapendo che beccheremo solo delle gran palate di escrementi. E’ dura ammettere che si torna indietro perché si pensa di non potercela fare da sole, si pensa di aver bisogno di un uomo perché, da sole, siamo nulla. L’autostima è il problema di noi tutte, “donne che torniamo indietro, in cerca di guai”. Si torna indietro perché lui è l’unica certezza che hai, anche se è una certezza brutta e dolorosa. E’ l’unica certezza che hai. Ti senti sola più sola della particella di sodio di quella pubblicità. Spaesata. Non sai dove andare, cosa fare. Ti dici: “E ora? Cosa faccio? Cosa sono?”. Si torna indietro perché si ha paura, da sole. Si dipende da lui. Senza di lui, non siamo niente. Soprattutto se è lui che porta i soldi a casa e non abbiamo mai lavorato. Il mondo ci fa paura. Si torna indietro perché qualunque altro uomo non andrà mai bene, fino a quando non ti sarai fatta trattare male per l’ennesima volta. L’ultima volta. Quante volte sono tornata indietro? Oh, non lo so. Non le ho più contate, a un certo punto. Decine, direi. Ogni volta piangevo, supplicavo, imploravo, chiedevo perdono per errori che non avevo commesso. Wallah, chiedevo perdono perfino per errori che mi ero bellamente inventata, pur di far venire fuori lui come persona migliore di me. Non puoi mica abbandonare una che ti fa credere di essere un grand’uomo, no? Lui, grand’uomo… che, ora, doveva riprendere indietro me che, poverina, senza di lui non era più niente. Senza di te non vivo. Senza il tuo amore non vivo. Lui era la luce. Io? Io ero la falena impazzita che gli svolazzava intorno freneticamente senza rendermi conto che, più mi ci sarei avvicinata, più mi sarei bruciata. Senza di te sono nulla. Cercavo qualsiasi contatto. Quante volte ho chiamato solo per sentire la sua voce. Ti prego, parlami. Ti prego, rispondimi. Quante volte ho contattato suoi amici o parenti, facendo finta che non fosse mai finita, per avere notizie di lui. Ti prego considerami. Il lavoro non conta più nulla, non mi motiva più, non ho più ragione d’essere. Non trovo più passione in nulla. Nulla ha senso, senza di te. Ti prego, ascoltami. Ti prego, ABBIMI. Abbimi come in: ti prego, abbi pena di me e riprendimi, abbi la voglia di farmi ancora del male. Abbi il desiderio di me solo perché oggi ti va così e non perché, davvero, mi vuoi. E ogni volta, lui, facendomi faticare un po’, nella sua grande generosità, mi accoglieva. E tutto diventava bello. Senza di lui, il mondo era brutto e cattivo. Con lui, con il suo male, le sue mezze verità, le sue cose non dette che, secondo lui, non erano bugie ma solo cose non dette, io stavo bene. Se mi guardo indietro, mi andrei ad abbracciare se potessi, credimi. Povera me, vittima di me stessa. Sciocca me, che non volevo vedere. Ma era così che doveva andare. Allah (SWT) sa meglio di noi. Allah (SWT) sa meglio di tutti e di tutto e ci guida. L’amore, se c’è, Dio lo farà rimanere. Se non c’è, allora che questa storia faccia la sua debita fine. Quante volte ho unito i palmi delle mie mani davanti al mio volto, piangendo, e ho chiesto a Dio di facilitare il nostro amore, se amore era, o di affrettarne la fine senza troppo dolore, se amore non era? Quante? Non lo so… Dentro di noi, però, lo sentiamo che non è davvero tutto stupendo. Lo sentiamo. Il nostro corpo ce lo dice. Ora che lo abbiamo “fatto ritornare” per l’ennesima volta, implorando, sentiamo che qualcosa non va, di nuovo. Abbiamo quel sottile filo di schifo di noi perché ci siamo cascate di nuovo e pensiamo che sia schifo di noi mentre, in realtà, è schifo della situazione. La nostra anima parla al nostro corpo e il nostro corpo ce lo dice. Ci sono alcune di noi che la mattina vorrebbero mai svegliarsi. Ti prende una cosa dentro lo stomaco che non sai se è voglia di morire o se sei già morta. Non mangi più, oppure mangi tre volte di più. Non esci più, oppure esci troppo per non stare con te stessa. A ognuna la sua. Paura, terrore, sconvolgimento. E ancora, paura, terrore, disperazione. No, non è niente facile, credimi. Poi, però, qualcuno te lo chiede. Qualcuno ti chiede: perché? E quel qualcuno ti chiede pure di non rispondere a lei, ma a te stessa, con i tuoi tempi. E che succede? Pensi che sia una cretina. Però, la domanda rimane appesa, là, nell’aria. E te la porti dietro. Che magari quella là non la vedi o senti più ma, se ti ritorna in mente lei o se qualcuno ti parla di lei, allora ecco che la domanda ti si piazza davanti e ti dice: “Allora? Mi dai ‘sta risposta?” E, così, anche se pensavi che la sua richiesta fosse cretina, tu la domanda te l’inizi a porre e…

…E succede che un bel giorno ti ritrovi a parlare da sola, mentre guidi. Chissà che luna era. Chissà quali pianeti erano allineati. Sai solo che inizi a parlare e a dirti delle cose che non ti piacciono. Cose tue. Cose di te che non ti piacciono. Cose che non diresti a nessuno, nemmeno a te stessa. Le stai dicendo a Dio? Forse. E Dio, sicuramente ti risponderà. Fai delle considerazioni. Senti la tua voce che dice: “Senti cara, solo per capire. Ma tu veramente vuoi lui? Voglio dire, facciamo le dovute considerazioni, per favore….” E lì, parte l’ignobile e crudele lista di cose di lui che non avresti mai detto ad anima viva. Si parte da cose come: “mi ha nascosto che portava la dentiera, che cosa cretina da fare!” a cose come: “il primo marito non è andata… figurati il secondo, lo sapevo! E poi, non ha mai voluto condividere le sue paure con me…”. Ti dici delle cose. Lo vedi nella sua peggior miseria e bruttezza. Sei implacabile. Ti dici cosa ti fa arrabbiare di lui, cosa non sopporti di lui, cosa ti ha fatto o non fatto, detto o non detto, promesso e non mantenuto. Ah… le promesse non mantenute sono la cosa peggiore, secondo me. Un matrimonio è un matrimonio, no? E le promesse del matrimonio si devono mantenere, SEMPRE, soprattutto le promesse del matrimonio davanti a Dio. Ed è là, che lo fai crollare dal piedistallo dove, per anni, lo avevi posato e venerato. E che gran fragore, quando cade, sorella! Che fragore! E poi, per chiudere in bellezza e perché noi siamo donne che vanno in cerca di guai, ma siamo pure oneste e coraggiose, ecco che arriva la lista di cosa ti sta sulle balle di TE STESSA. Eh sì, là marca davvero male. Ti vedi nella tua peggior miseria e bruttezza. Sei implacabile. Ti stai antipatica pure tu, a un certo punto, pensa un po’. E ti ritrovi all’incrocio di Porta Romana, con la prima ingranata, ad aspettare che arrivi il verde e a piangere di gioia. Piangi di gioia perché ti sei data la risposta. E poi, tutto diventa automatico. Assurdamente automatico. La risposta la dai pure a lui. Anzi, fai il contrario. Ti prendi il tuo tempo; non rispondi più alle sue chiamate e ai suoi messaggi immediatamente. A volte trascorrono giorni. Non lo chiami più. Non lo veneri più. Non gli mandi messaggi tipo Baci Perugina. Non lo fai per dispetto, però. Lo fai perché così senti venire da dentro di te, finalmente, senza astio o odio. Sei tranquilla e serena. Non ti preoccupi più solo per lui e basta. Ti inizi a guardare intorno e vedi che c’è una vita da vivere. Che ci sono cose da fare. Gente da incontrare, aiutare, chiamare, con la quale stare bene. Altra gente, oltre a lui. Altra gente bella e brutta; altra vita; altre cose. Cose belle per te, prima di tutto che, se non stai prima bene tu (ora l’hai capito), alla fine della fiera, non sta bene nessuno. Ed ecco che arriva il miracolo. Lui ti cerca. Lui ti chiama. Lui ti dice che ha notato un cambiamento. Lui ti parla di lui. Spende le mezz’ora di telefonata a pianificare la sua vita con te. Lui ti dice la verità, finalmente, forse. E tu? Tu stai zitta e aspetti. Aspetti perché hai capito che sono i fatti che dimostreranno se le parole sono verità. Aspetti e continui a fare la tua vita, comunque, indipendentemente da lui. Aspetti e gli fai capire la cosa più importante: con lui o senza di lui, tu vai avanti lo stesso. E poi glielo dici. Sì, glielo dici, perfino. E lui? Lui tace e sorride, con amore. Sì, quello è un sorriso d’amore… E tu lo sai perché sei più brava a capire le espressioni del viso, che le parole.

(Donna in cerca di tranquillità)

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